mercoledì, luglio 12, 2006

Ritorno da un silenzioso buco nero...

Mi chiedo quanto possa amare un uomo, e quanto possa amare una donna. Mi chiedo quanto possa affondare la testa all'interno di un ventre sconosciuto e restare lì senza respirare, senza gemere. E mi sento una perfetta estranea a tutto questo, ma credo che dopo oggi sia piuttosto normale.

Sono sul letto e mi giro e mi rigiro e non riesco a chiudere occhio, nonostante siano le 11:30 di una mattina calda, pensante, soleggiata, asfissiante. E a un tratto mi rendo conto che il telefono continua ad emettere quello spregevole beep che ho odiato, sempre. E nonostante le mie inutili preghiere, le mie indecenti suppliche non la smette.
MARCO mi sembra scritto esageratamente grande sullo schermo. Faccio una smorfia che lascia un alone di disgusto e di stanchezza. E di non-colore anche a questa giornata.
Da brava sgambettata mi incammino in cucina per fare colazione, che tanto di dormire non se ne parla più, non dopo il suo nome ingombrante che continua ancora ad infastidire lo schermo del mio cellulare. Penso che io non c'entro niente con lui, con i suoi segnali di vita, con quello che vuole trasmettermi e che il telefono è il muro che continua a pararmi il culo da tutti i suoi sciocchi richiami. Ogni cenno, ogni gesto, ogni sospiro è una palla da tennis che colpisce i spessi mattoni e poi torna indietro per colpire lui, di botto.
"E' meglio che non ti fai sentire più". E' la millesima volta che glielo dico. Si, perché io lo sento.
"Ciao eh! E come mai?""Stai meglio dove sei e io devo stare tranquilla". Almeno così ha detto quella stramaledetta dottoressa. Le lacrime amare si asciugano in fretta e una lucea bellissima e intensa scaccerà le ombre. Ma io più ci penso più sudo, più sudo più mi danno, più mi danno e più cerco di trascinare lui con me.
Non va bene così, devo fare qualcosa perché il periodo inizia a farsi strada da solo all'interno della mia testa e improvvisamente diventa una strada perfettamente asfaltata e chiara, da percorrere, subito, prima che sparisca.
"Sia chiaro che non ce l'ho con te né con nessuno. Mi chiedo solo se ne è valsa la pena di buttare tre mesi dentro la bocca di una troia. Solo questo" E poi, appena inviato il messaggio mi mordo, anzi divoro, le labbra. Ho paura di un "Si, ne è valsa la pena, allora?" ma per fortuna non arriva e io continuo ad amarlo e odiarlo con la stessa intensità.

La sua voce è più roca dall'ultima volta che ci siamo visti, 20 giorni fa, circa. Mi saluta e io faccio finta di non sapere chi è, anche se lo posso intuire per il semplice fatto che sento le vene dei polsi spezzarsi. Mi dice che è venuto a sapere tutto da due mie compagne di scuola, due che evito accuratamente, due che amano il gossip, due che comincio ad immaginare vicino a lui, sedute al tavolo, semplicemente radiose. Le odio, di già.
Gli trema chiaramente la voce, evita parole come "tagliare" o "dolore" o "io e te" o "lasciare". Gli dico che so tutto, che so davvero tutto perché me l'hanno raccontato e che è inutile, a lui non deve interessare più nulla. Siamo due cose talmente lontane che è impossibile toccarsi anche solo col pensiero.
Aggiungo che mi sono sentita mortificata, e piccola, e una stupida quando ho saputo di loro. E che i suoi amici sono stati lì, sorridenti, comodamente seduti su una sedia di plastica, bianca, a raccontarmi i particolari delle loro scappatelle di fuoco che ogni tanto si facevano. E che io pensavo che si era veramente venduto le idee, i sogni, i ricordi e anche sè stesso. E che io mi sentivo disgustata mentre arrancavo cercando e sperando di trovare una qualsiasi scusa a quel suo comportamento senza ritegno. E che mi faceva schifo, e basta, non c'era più nulla da aggiungere. E che mai mi sarei aspettata di vederlo morire tra le gambe di una troia, così.
Ovviamente le sue scuse non sono arrivate, solo sommessi singhiozzi e lacrime affogate nel silenzio. Piovono continue richieste di potermi vedere, e ovviamente lui viene ma non ci vediamo. Io non voglio.
Lascia un biglietto incastrato al campanello, chiede una possibilità, si aggrappa con i denti e le unghie al passato che, a poco a poco, sto cercando di leccare via con la stessa lingua con cui ho raccolto le umiliazioni, le delusioni, le bugie e le insofferenze.

Comments:
Una lingua che si inumidisce, e scrive con questa limpida coscienza, ripulisce il passato dalle sue gocce più velenose.
Stai attenta soltanto a far un buon uso dei ricordi... utilizzali per combattere i rigurgiti di delusioni incipienti. Non tentare però di ridargli vita. Quei pezzetti di carta dovranno rimanere incastrati senza lettura, senza risposta.

Per il resto sogna, e sogna forte!
 
una volta tagliando il pane mi sono tagliato un dito... sono quasi svenuto.ù
mi chiedo tu come abbia fatto, quale forza ti ha dato il coraggio.
tu sei un fottuto genio, ma è più semplice parlare di disperazione, non si ha mai il coraggio di ammettere la genialità in cose che ci spaventano.
anche gli inquisitori lo fecero con galileo, li spaventava che la terra non fosse al centro dell'universo, così tutti hanno paura che tu decida di metterti al centro della TUA vita.
T/AmO
Massimiliano
 
Se il mondo fosse popolato di geni, allora credo che non rimarrebbe più nessuno sulla terra. tutti finirebbero vittima delle proprie mani... e per quale colpa poi?

si può anche decidere di mettersi al centro della propria vita anche senza eliminare la vita. altrimenti questo accentrarsi sarebbe solo un gesto di nichilismo, e non una rivoluzione copernicana.
 
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