giovedì, agosto 24, 2006

:D

Io penso che non avrò più un blog. E' meglio.

mercoledì, agosto 23, 2006

Valeria via

Valeria è andata via, alle 6. Sono abbastanza giù, ho poca voglia di parlare.
Mi ha stimolata molto in questi giorni, qui con me. E’ stata molto vivace: rideva spesso e ad altra voce, cantava e ballava e parlava, discuteva e dormiva e urlava. Odia la mia fotocamera, anche se a lei piace moltissimo vedermi così attiva e presa da qualcosa che veramente amo. E’ strana, odia lo scatto, odia il click, odia essere mostrata e mostrarsi. Però è bella, perché è unica, perché nessuno può essere come lei. Non sa, non come tanta tantissima tantissimissima altra gente.
E poi mi sfotte, non mi prende mai sul serio, mi critica continuamente, non dice mai è bello, non riesce ad essere radicale.
Ambra mi tempesta di chiamate. Devo aspettare almeno 5 giorni prima di tornare a Trabia.
Situazione familiare abbastanza movimentata: mio padre è andato via, ancora una volta.

E dicono per sempre. EHEHEHE.

La notte, quando dormiva, io la guardavo con l'occhio destro appiccicato al cuscino rosso e mi chiedevo cosa stesse sognando. Una volta, ricordo, mi raccontò di un sogno che fece: una monaca dentro una cassa da morte che affondava in un lago. E lei doveva prenderla.
Ne sono ancora impressionata. Non dal sogno, ma dal modo in cui lo raccontava. Gli occhi, spalancatissimi, accanto la bocca che sputava aggettivi e parole faceva perdere, t'ipnotizzava. E il suo stupendo modo di muovere in modo convulso le mani, a scatti, e poi veloce, poi ferme e poi a scatti.
Adesso vado a letto, devo svegliarmi alle 9. Pranzo con Roberto.

lunedì, agosto 21, 2006

Playing Cards


Playing Cards
Originally uploaded by Caramel Pop.

Guardavo questa foto e sentivo caldo.
A volte faccio cose belle e spesso finisco per trascurarle.


domenica, agosto 20, 2006

Vale

La mia bocca sa di pesca, ascolto De Andrè. Valeria sposta le gambe, si sente la pelle, si sente il fruscio del contatto, dei peli, della sporcizia, dei piedi scalzi. Legge Madama Cirimbriscola, le piace, sorride mentre tiene i capelli vicino l’orecchio e io la osservo di tanto in tanto. La ballata degli impiccati. Mi sento in un deserto, la luce che passa attraverso la tenda è gialla e rossa, ed è calda e ti appesantisce.
Sfoglia un vecchio libro, ogni pagina che gira è una folata di un odore rancido e dolciastro. Fastidiosa. Sa di domenica. Sa di niente.

Camminiamo, io ci provo solamente e non le dico nulla. C’è odore di Roberto nell’aria, questo glielo dico. Dice che sono un esaurita e basta, e basta. E’ tutto buio e lei ha fame, si contorce, ha fame, si piega, ha fame, si lamenta e ha ancora fame. Io allungo il passo ma mi rendo conto di aver le gambe troppo corte, troppo per poter farla cenare entro 30 minuti.
C’è un lampione sopra di noi, la luce è rossastra e mi piace. Mi piace l’atmosfera, lei è assente da me perché è troppo presa da se, ma me ne frego, perché lei è così e a me piace un sacco. Stasera è bella semplicemente perché è bella sempre. Anche quando, qualche ora dopo, si lecca le dita sporche di salsa rosa, sorridendo. Io annuisco in silenzio, mentre canto dentro, mentre lei non sente quello che penso. Io annuisco in silenzio, o nel. Serata strana, gente strana, noi da sole, troppo caos.
Io ho voglia di gelato, aspetto che lei finisca, aspetto che lei sia abbastanza soddisfatta, non mi va più di sentirla frignare. Ci alziamo e le chiedo se la vuole anche lei, una brioche. Dice no, ma è scheletrica, la prendo ugualmente e la costringo a mangiare.
La finisco io qualche istante dopo sul tetto della discoteca abbandonata. Abbiamo Ray Charles nelle orecchie ma lei non lo sa. Lo so solo io e, a dirla tutta, a lei sta pure bene. E’ beata. E’ una bambina. Mi sento sua sorella maggiore, spessissimo ed è fantastico. Le confesso che amo il suo modo di vivere senza modi, senza musica, né tv, né libri, né niente. Amo come prende tutti quei voti alti in classe e come segue le lezioni, come sia spontanea quando ride e come sia ammaliante quando si trucca davanti lo specchio. Non ho mai pensato che fosse vuota, perché non lo è. Io lo sento.
A pochi metri da noi, dentro una macchina, due ragazzi fanno l’amore. Mi rendo, finalmente, conto di quanto una cosa così può essere forte. Di quanto quei due abbiano la voglia di amarsi con i miei discorsi nelle orecchie. Mi rendo, finalmente, conto di quanto Danilo fosse stupido quando diceva che quel posto era sudicio. Mi rendo, finalmente, conto di quanto io e Marco ci fossiamo amati lì.
Cantiamo sulla strada del ritorno. Canzoni stupide: il grillo e la formicuzza, Vasco Rossi, Ligabue. Poi ci ferma Gabriele e quest’anno se ne va veramente, perché al Meli di Palermo l’hanno accettato. Penso alla sua bocca, gli strizzo un occhio, sono vaga e sono elettrica, lui mi sfiora il seno scherzando. Quante volte questa scena, quante volte un sorriso, quante volte è rimasto deluso della mia incazzatura mancata. Lei ride, è spiritosa, acuta e a lui piace moltissimo.
Un po’ la invidio, ma poi smetto. Adesso è distesa sul letto vicino al mio, sopra il lenzuolo rosso, sospira. Le sue gambe sembrano lunghissime, i suoi capelli una grossa macchia di pece che sporca.
Sta dormendo, io batto sui tasti, non la sveglio.

giovedì, agosto 17, 2006

'Sto

Bevo caffè e ascolto La guerra di Piero mentre lo immagino seduto a terra, con la bici accanto, sorridente e ciccioso. Bevo caffè con addosso solo il costume azzurro, leccando il mio braccio che sa di sale e olio e sale e abbronzante. E c’è il sole, fuori, ma stiamo lontani mentre una chitarra canta parole mute.
Ferragosto abbastanza strano. Tutto strano, in effetti. Carlo, col suo accento milanese, prende Valeria e sotto un faro è indeciso se baciarla, buttarla, o tenerla stretta. Noi guardiamo, noi ammiriamo, noi ci mangiamo le mani. Io mi mangio le gambe, senza una foto da stringere.
Francesco, con suo accento Milanese, e Mirco, che somigliava tanto a Linus, mi prendono e buttano giù me ed Ambra. Notte, stelle, riflessi nell’acqua, schizzi e spogliamospogliamocispogliamoci.
L’acqua calda di notte e cantare Baglioni attorno al fuoco. Ornella dondolava le braccia, io muovevo la schiena. Lei era bassa, io ero bassa, eravamo troppo stanche per salutarci.
Le mattinate davanti al cancello, e quando io uscivo stropicciandomi gli occhi, con Valeria allato partivano i cori dai strani toni “Ed eccole, le NOIOOOS(Z)E!!”. E ridere, ridere, ridere.
Urlare per strada Ligabue che nessuno sapeva. Iniziare sempre da “Ci vediamo da mario…” e terminare con i sorrisi e gli abbraccia e gli inchini mentre le auto sfrecciavano sui nostri fianchi. Niente era quello che era, ma ci piaceva, aveva un buon sapore. Laura era solamente da strozzare.
E c’erano i canti, e c’era la formicuzza nel campo di lino, e c’erano le stelle cadenti in terrazza.
Le foto, i libri, le foto, i capelli, le foto, il mare, le foto, i denti di Mirco, le foto, il sole, le foto, tutti vestiti, le foto, e torno e tu fatti sentire e ci vediamo e Ti voglio bene, abbracciami adesso, adesso abbracciami.
Tutto si muoveva in fretta, mentre eravamo in presa alla pazzia, e non c’erano tante teste con tanti cervelli, ma solamente uno. Grande, grandissimo, comune.
E Mirco, non mi pensare troppo, altrimenti ti scoppia la testa. E no, Mirco, non la pensare troppo altrimenti si sporcano le lenzuola.

sabato, agosto 12, 2006

Le frasi si allargano. I sorrisi si allargano. Le scope in culo si allargano. L'odio si allarga. Le magliette si allargano. Le pagine si allargano. I denti si allargano. Le situazione si allargano. I sussurri si allargano. Le parole di questo portatile si allargano. E si allarga tutto, a poco a poco. L'anima dove viviamo, l'acqua dove affoghiamo, le parole dove bruciamo. E tutto si allarga, improvvisamente, colorandosi di blu e di bianco.
Diventa un lago, un mare, un oceano grandissimo e immenso. Pieno e ripieno di cose e cose e cose larghe che, ormai, nessuno riesce più a tenersi dentro. Nessuno può aprir bocca adesso, perché nessuno può sapere che il tempo stringe le ossa, la pelle, la carne e non rimane più alcuno spazio dentro di noi. Neanche per noi, a volte. Ed è triste.
E' triste vedersi estraniati da se stessi e dal proprio corpo e dai propri pensieri, da se stessi. Ed essere il carnefice e la vittima. Ed essere la sciabola e il cuore andato. Ed essere il veleno e il sangue. Ed essere e non essere e potersi ammirare da km di distanza sorridendo, inclinando il viso e facendo ciao ciao con la manina.
E' tutto così strano. A volte. Non ci pensavo mai da bimba, quando ancora non ci stavo, quando ancora ero zero zero zero. Quando le informazioni non mi invadevano il cervello, intossicandomi, e quando non conoscevo la forma, se non quella della sudice manine da maschiaccio. Le parole, poi, non sembravano troppo diverse da ogni rigo e ogni rigo sembrava tutto uguale e non c'era niente da separare. Mi sarei data testate contro il muro, ripetendomi "stronza" se solo avessi provato a dividere qualcosa che sapevo di non dover dividere. E io sapevo di non sapere. Ma no, niente veniva mai ipotizzato e tutto usciva a razzo come adesso. Se cambiavo qualcosa sapevo di non poterlo fare. Ero solo una stracazzo di bambina che non immaginava mai nulla e aveva dei flash quando sua nonna mostrava alla propria madre il rosario con quel gesù piangente in mezzo. Ancora oggi è così, perché tutto quello che c'ho ficcato in testa l'ho visto visto visto e rivisto.
Non voglio essere quella che mi crocefiggerà, quella che mi pungolerà il culo per prima, quella che mangerà la sua stessa merda, quella che inghiottirà la propria mano e poi il proprio piede e poi tutto il resto, insieme, fino a che non rimarrà solo un puntino. Che scoppierà, che andrà. Non voglio più essere quella, non voglio essere quella e se ancora non è successo, mi auguro di non esserlo mai.
Non voglio continuare a dover essere questa zanzara che gira a zonzo da ore e ore, cercando la mia mano nel buio, sapendo che tra pochi minuti finirà per uccidersi nutrendosi di me e di se e della sua morte. Perché in tutto questo c'è quello per cui tutto è iniziato.
Ma adesso la penna è andata e il libro e il quadrato e le foto e la valigia blu sul mio letto. Tutto andato, perché tutto è vittima di se.

Che cagata i blog. E' un'altra arma.

mercoledì, agosto 09, 2006

If.

Stavo pensando che Valeria ha dei fianchi larghissimi. Stavo pensando che lì dentro potrebbero entrarci mille teste di mille bimbi. Stavo pensando che è una cosa molto sensuale.
E' che i Muse e il mal di testa mi fanno star male, inconsapevolmente e si. Poi inizio a tremare per il freddo che si blocca dentro le mie ossa, per la luna che si perde dietro le nuvole sapendo di essere bellissima, per gli incisivi di Roberto. Il mondo, improvvisamente, si sente in colpa.
*
Non so proprio cosa scrivere, perchè farlo per me stessa mi blocca il sangue nelle vene, mi squaglia la pelle, mi fa morir il cervello, mi taglia di netto le gambe. Non ho nulla da nascondere e il sapere che dietro non c'è menzogna nè vergogna nè voglia di sembrare un'alta mi fa tentennare. Perchè penso di essere veramente me stessa senza alcun commento, con 11 persone che ogni giorno (da paesi lontani parlanti lingue a me sconosciute) si scassano il culo a veder le mie foto a lato. E, poi, non ho mai bisogno di ringraziare nessuno e vantarmi dei miei scritti.
Se nessuno mi vede, se nessuno sa di me, se rimango chiusa qui... il mondo non mi conosce.
Bella giornata.

Listening to Muse with New Born

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